Essere vulnerabili

 

Essere vulnerabili… che paura! Che fastidio e dolore sentirsi poco forti, …vulnerabili.

E che fare quando ci sentiamo cosi? forse una prima cosa utile da fare potrebbe essere rivedere il nostro personale concetto di forza e debolezza.

Sembra scontato per ognuno di noi cosa sia forza e cosa sia debolezza, ma non è così.

Ho notato che spesso, tutti noi, in un modo o nell’altro, crediamo e scegliamo come “forza” qualcosa che non è davvero forza, anche se a noi sembra così e sul momento ci sentiamo forti, con un “potere”. In quei casi per non sentirci vulnerabili, ci attacchiamo a una forza che ci sembra vera, che secondo noi ci proteggerà da ogni dolore, delusione e imprevisto, e che ci farà sentire forti, al sicuro, lontani da ogni situazione difficile e faticosa…

Questa finta forza assume aspetti e caratteristiche varie, ed è il risultato di un nostro scegliere cosa credere e pensare su noi stessi, su una situazione, sugli altri, e perfino su Dio: è uno scegliere a cosa affidare il nostro cuore e i nostri pensieri e scelte, e diventa il nostro “tesoro”: e di cosa è fatta questa forza che tanto ci attrae, perché ci fa sembrare che cosi saremo protetti dalla nostra vulnerabilità?

È fatta per esempio del nostro cercare di essere perfetti, e di accettare solo chi e ciò che sembra perfetto, per proteggerci da delusioni e fastidi; questa forza è fatta anche del nostro credere che solo se faremo tutto bene, senza lentezze, senza sbagli, senza imprevisti, solo se siamo capaci in qualcosa, solo se evitiamo di far vedere i nostri limiti, solo così saremo forti e tranquilli… e ancora, questa forza è fatta del nostro scegliere e cercare di tenere lontano ed evitare tutto ciò che secondo noi ci darebbe problemi, seccature, fastidi, dolore, scomodità perdite di tempo, o ci chiederebbe di cambiare qualcosa di noi, delle nostre rassicuranti abitudini, del nostro modo di essere e di esprimerci. Questa finta forza è fatta anche dalla finta grinta che tiriamo fuori con noi stessi e con gli altri per proteggerci preventivamente da tutto e da  tutti, con critiche, lamentele, con preoccupazioni che rendiamo tensione e rabbia per far andare le cose solo come diciamo noi. Questa finta forza, è anche fatta a volte o spesso dal nostro desiderio-certezza-orgoglio di credere che solo noi sappiamo qual è la “retta via”, quali sono le scelte giuste da fare e come farle, quali sono le scelte giuste che gli altri devono fare perché siamo convinti che noi siamo più intuitivi, più intelligenti e sensibili, più capaci di guardare oltre e prevedere problemi futuri e presenti; tutto questo spesso nasce da nostri antichi dispiaceri, o da ferite interiori nate da un nostro esserci sentiti in passato deboli, incapaci, poco liberi di poter decidere e fare qualcosa come volevamo noi, nasce anche a volte da un dolore di esserci sentiti non visti, non considerati , da un dolore di aver dovuto fare tanto per gli altri, e di esserci sentiti poco aiutati noi, anche da coloro che aiutavamo e per i quali rinunciavamo forse a volte  a tanto.

Questa finta forza a cui ci attacchiamo è anche fatta a volte di un nostro scegliere di essere “furbi”, di far finta di essere d’accordo, di non mostrare cosa vogliamo veramente, di evitare parole sincere, per proteggerci da reazioni degli altri che secondo noi non sapremmo gestire, una finta forza che esercitiamo scegliendo di non aver esternamente nessun desiderio contrario a ciò che gli altri in quel momento desiderano per non litigare (tentati a volte di credere che se esprimiamo idee o desideri molto diversi l’unica alternativa fattibile sarebbe litigare pesantemente e non capirsi più). E a volte ci sentiamo coloro che devono gestire tutto, anche i sentimenti degli altri, per tranquillizzare a tutti i costi, per impedire agli altri di esprimere anche la loro vulnerabilità, come se fosse disdicevole o qualcosa da cancellare. Quanto dolore e dispiacere nascondiamo spesso perché temiamo che altrimenti non saremmo amati, perché altrimenti non saremo considerati forti, e per noi a volte non essere considerati forti significa non essere considerati utili, bravi, interessanti…

E quante occasioni così ci perdiamo di incontrare davvero gli altri, di costruire davvero interazioni e dialogo, vera comprensione, quante volte così ci perdiamo l’occasione di ricontattare anche quel “bambino/bambina” che è ancora dentro di noi e che a volte ancora si spaventa, ancora ha paura, ancora si sente debole, non capace, triste, e…vulnerabile. Ma che è anche pieno di capacità di entusiasmo, di sana leggerezza, di grinta positiva….

Ciò che rende deboli davvero non è un dolore, un dispiacere, un non riuscire in qualcosa, un non essere bravi in qualcosa, ma è il nostro non voler far pace con qualcosa, il nostro fingere con noi stessi e gli altri di non avere debolezze, limiti, non bravure in qualcosa, il nostro puntare ad avere solo stati d’animo sereni, perfetti, senza mai altre sfumature, come invece tutti abbiamo, anche contemporaneamente, come esseri umani, creature limitate, ma anche bellissime e preziose. Continuiamo a credere in una parte di noi che non essere perfetti, non essere bravi, non amare ogni momento ma sbagliare e soffrire e farlo vedere sia qualcosa che non è da persone forti, utili, ma che è utile solo chi non fa vedere mai nessun limite, nessuna preoccupazione, chi non ha mai un pochino di  umana ansia o paura, chi sa sempre cosa fare…ma è davvero così?

Altre volte ancora rendiamo nostra finta forza il cercare di cambiare gli altri, il cercare di convincerli anche facendoglielo pesare con musi o tristezza, il cercare di ottenere la loro attenzione, cosi come la vogliamo noi, o il cercare di non far vedere quando siamo dispiaciuti, quando soffriamo, o quando vorremmo parlare con quella persona, o proporre belle occasioni, come se “esporsi” per primi fosse solo debolezza perché fa esporre a un eventuale rifiuto da parte degli altri.

Ma: anche se gli altri dicessero no a qualcosa, qual è il dramma? Non è un dramma in realtà. La vera forza non è esporsi, esprimersi, donare, farsi vedere e conoscere solo quando sicuramente secondo noi verremo accettati, capiti, visti, apprezzati, amati, riconosciuti, ma è anche amare, esprimersi, farsi conoscere davvero, anche con i propri limiti e difetti, anche quando gli altri potrebbero non accettarci, non capirci, non volerci vicino, anche quando gli altri, se noi proviamo a dialogare con loro e a chiedergli come stanno, non ci rispondono, cambiano argomento, non vogliono parlare con noi come e quanto vorremmo noi e nei modi e tempi che vorremmo noi, e mantenere in quel caso in noi la voglia di mettere amore anche portando contemporaneamente  con noi in noi il dolore che sentiamo per non essere stati visti o accettati.

Perché è una vera forza accettare anche alcuni “no”, accettare di non essere sempre simpatici a tutti, accettare che gli altri o qualcuno non vuole avere la nostra compagnia e tempo come la vuole verso invece altre persone? Perché, tra i vari motivi, accettando senza drammatizzare su noi stessi e gli altri che anche noi possiamo accettare i “no” da parte degli altri, piccoli grandi rifiuti o incomprensioni, in realtà entriamo più in contatto con la nostra vera forza, la forza di accettare di essere creature, come gli altri, imperfette, accettare di non poter essere il “tutto” né di noi stessi né degli altri, e questo ci aiuta tanto a sviluppare empatia verso gli altri, e a metterci nei loro panni, imparando a ricordare come anche noi, a volte o spesso, abbiamo detto e diciamo dei “no” agli altri, non solo o tanto a parole, ma con scelte diverse, atteggiamenti,  con un nostro tenerci distanti da qualcuno o un non accettare che qualcuno voglia sapere tanto di noi o voglia per forza frequentarci, parlare con noi, esserci amico. Come siamo liberi noi di interagire con gli altri o con qualcuno, cosi anche gli altri hanno questa libertà. Se per essere e sentirci forti cerchiamo di rifiutare ogni debolezza nostra e degli altri, ogni incoerenza, contraddizione, nostra e degli altri, iniziamo a illuderci, a idealizzare noi stessi e gli altri, iniziamo a non capire più davvero come sono gli altri e anche come siamo noi stessi, non solo nei difetti, ma anche nel tanto bene, nei tanti talenti e caratteristiche preziose che fanno parte di noi. E’ molto doloroso a volte accettare di farci conoscere cosi come siamo, così tanto imperfetti, a volte deboli, a volte di cattivo umore, eppure  nella verità di noi stessi, solo nell’accettare per primi noi stessi che siamo belli, preziosi, importanti, utili, anche con i nostri difetti, sbagli e limiti, anche con le nostre debolezze e difficoltà a cambiare, riuscire, imparare, amare,   possiamo ritrovare ed entrare in contatto con una forza che pensavamo di non avere, con una forza che ci tiene con i piedi per terra senza cancellare la capacità di sognare,  di costruire strade e possibilità nuove, di  avere desideri (e saperli intuire e cogliere anche negli altri) grandi di bene anche quando sembra che ci sia solo banalità o pesantezza.

Far conoscere se stessi e far vedere come ci sentiamo non vuol dire esprimere sempre e comunque e a tutti e in ogni momento le nostre emozioni, le nostre difficoltà e tristezze, ma vuol dire prendere in mano ciò che siamo, anche le nostre tristezze, anche i nostri limiti, e non permettere ad essi di governarci, dominarci, ma di portarli con noi, in tutto ciò che siamo e facciamo con pazienza, senza drammatizzare e senza neanche far finta che non ci siano. Già prendendo in mano noi stessi e il nostro cuore ogni volta, ricominciando ogni volta a far pace con ciò che non ci piace di noi, già così noi esprimiamo agli altri, anche se non ce ne accorgiamo, qualcosa di vero di noi, anche se non sempre possiamo esprimere le nostre emozioni in diretta e immediate, ma possiamo rendere più autentici noi stessi, avendo più pazienza con noi stessi e gli altri. Coltivare questo tipo di forza e autenticità, ci permette, come un boomerang che fa bene prima di tutto a noi, di capire un po’ di più gli altri, di accettare di più gli altri cosi come sono, anche nel loro peggio, anche quando ci deludono o non ci danno ciò che vorremmo, anche quando sbagliano nei nostri confronti, perché ci alleniamo a far pace sia con le nostre personali contraddizioni e “misti” di bene e male, sia a far pace con le contraddizioni e il “misto” di bene e di male che hanno anche gli altri, tutti, anche coloro che sembrano i più buoni e i più bravi e perfetti.  E in più coltivare la forza di accettarci anche vulnerabili, ci permette di coltivare misericordia anche verso gli altri, e di scoprire o riscoprire che anche gli altri, anche coloro che ci sembrano troppo imperfetti, superficiali, pesanti, strani, cattivi, in realtà sono preziosi e amabili anche così come sono, e che il misto di bene e male, di sbagli e amore che vivono, non impedisce assolutamente di amarli, accettarli, di poter parlare con loro e di farci conoscere e di costruire cose belle con loro.

Essere vulnerabili. La parola “vulnerabile” in fondo in fondo ci fa tanta paura, anche perché spesso, siccome noi vogliamo essere perfetti, e non vorremmo mai doverci rendere conto che sbagliamo, che siamo limitati, e che lo sono anche gli altri, crediamo che farci vedere vulnerabili significhi sicuramente soffrire di più, o sicuramente avere meno risorse interiori per mantenere pace interiore. Certo, dobbiamo anche far capire agli altri quando ci fanno del male, essere vulnerabili non vuol dire annullarci, accettare tutto o non dire no, o farci trattare male, ma vuol dire che decidiamo, davanti a tutto ciò che viviamo, di usare come “arma” e come difesa l’amore, l’amare, e l’amore non fa finta di niente, l’amore vero sa anche dire ciò che non va, sa correggere ma senza aggredire a sua volta, sa individuare le “vere” armi efficaci (l’amare, l’empatia, il coraggio di far capire all’altro dove sbaglia ma senza umiliarlo o etichettarlo e senza vendicarci) per farci capire, per far capire all’altro che ci sta facendo male e che noi non vogliamo che ci faccia del male. L’amare davvero sa anche impedire il male ma contemporaneamente senza abbrutirci, senza autodistruggerci o distruggere.

Spesso noto che siamo tentati, prima o poi, tutti, di associare la forza alla rabbia: una parte di noi forse ogni tanto o spesso si convince che il modo di essere forti davanti a qualcuno che ci ignora, ci fa dispiacere, non fa ciò che vorremmo, ci esclude, ci delude, sia… arrabbiarsi, e arrabbiarsi talmente tanto di buttare addosso all’altro la nostra rabbia non come espressione di come ci sentiamo, ma come “arma” per sentirci forti, per sentirci e crederci coloro che “vincono” sull’altro, per sentirci coloro che sono i più forti e i più vincenti e furbi che non daranno la soddisfazione all’altro di fargli intuire o vedere quando siamo dispiaciuti, quanto soffriamo per un suo atteggiamento, perché ci convinciamo che farci vedere sofferenti o dispiaciuti sia essere deboli, talmente deboli da non mantenerci solidi, da non saper più che fare e diventare in balia dell’altro.

In realtà solo accettando il nostro essere vulnerabili e dispiaciuti, e accettando di reagire, di scegliere di reagire con forte amore, un amore che fa capire, che tenta di correggere con pazienza, che dice ciò che non va e come si sente, solo così possiamo anche farci capire dall’altro, fargli notare davvero in cosa sbaglia, e aiutarlo a riflettere, anche perché se reagiamo solo attaccando con tanta rabbia, o giudicando, o volendo “distruggere”, o usando la nostra rabbia (con la quale copriamo un nostro dolore e dispiacere) con vendette, ripicche, silenzi aggressivi,  dispetti, battute che sembrano scherzose e che invece vogliono colpire l’altro, convinti che invece sono nostri giusti atteggiamenti e punizioni, che sono correzioni per far capire all’altro quanto soffriamo e che deve soffrire come noi per capire quanto sta sbagliando e “redimersi”, l’altro lo intuisce e aumenta il suo difendersi, il suo farci dispiacere anche perché si sente a sua volta ferito, non capito, e non capisce perché siamo arrabbiati anche se secondo noi è fin troppo evidente il male che ci fa o ci ha fatto.

Noi abbiamo un Dio, un Dio che non è un guerriero che non vede l’ora di punirci, o che ci ama solo se lo meritiamo, solo se siamo bravi e buoni e senza sbagli grossi: noi abbiamo un Dio che è Dio e che è anche Padre, un Padre pieno di Amore forte e tenero, un Padre che ci ama infinitamente, molto molto più di ciò che crediamo, un Padre che non ci tratta come noi trattiamo gli altri o Lui, un Padre che ci vuole correggere ma per il nostro bene, non per vendetta, non per colpirci… Quando siamo tentati di reagire al male con il male, quando ci convinciamo che solo il male, inteso anche come indifferenza esclusione e lontananza emotiva da parte nostra farà capire all’altro quanto male ci fa, quando non vogliamo perdonare, farci capire, dialogare, chiedere “perché” all’altro, con empatia, noi ci comportiamo credendoci un dio che sa come fare con il bene e con il male, noi fingiamo con noi stessi di essere solo buone e brave quasi perfette persone, noi iniziamo a crederci in diritto di giudicare, punire, umiliare, noi iniziamo a credere che noi siamo superiori, migliori, che non sbaglieremmo mai cosi, come ha fatto l’altro con noi, e quindi che dobbiamo farglielo capire (tradotto: vendicarci, e farlo soffrire almeno un po’  per fargli sperimentare quanto soffriamo e cosa vuol dire) e … in quei momenti, anche se diciamo di credere in Dio, in realtà non crediamo in quei momenti e scelte a Dio, in realtà non amiamo, in realtà non ci fidiamo di amare come ci dice di amare Dio. Ciò che ci fa sentire davvero troppo vulnerabili non è secondo me il fatto di essere anche vulnerabili, perché siamo creature, ma il far finta troppo spesso di non essere vulnerabili, di non vedere e accettare niente dei nostri limiti e difetti, di non voler accettare il dolore sereno di essere anche noi, come tutti, creature, non dio, creature limitate, bellissime ma imperfette.

Un altro concetto di forza a cui a volte crediamo, è il credere che dimostrare ed esprimere tenerezza, affetto, pazienza, ascolto, esprimere gioia, entusiasmo, calore emotivo, sia… da deboli, da vulnerabili, da persone poco grintose, e a volte siamo tentati di credere che gli altri apprezzano e capiscono come forza e sicurezza solo la nostra durezza, il nostro tono distaccato e razionale, solo i ragionamenti con cui vogliamo convincerli, ma in realtà, quando evitiamo di esprimere accoglienza, empatia, tenerezza, gioia, sorrisi veri e dal cuore, in realtà siamo veramente deboli, in realtà rinunciamo a quella parte di noi che sa amare, che può donare anche luce, gioia, speranza, che sa dare attenzione senza imporsi ma con calorosa empatia.

Un altro concetto di forza e debolezza che noto in me a volte e in ogni persona è il seguente: c’è la forte, fortissima tentazione in ognuno, in modi e ambiti diversi a volte, di credere fortemente che si può amare e fare qualcosa di buono e utile solo quando si è perfetti, bravi, abbastanza buoni, solo se si sanno fare determinate cose pratiche, solo se ci si sa impegnare sempre al massimo, senza ritardi, senza lentezze, senza blocchi, senza malattie, senza insomma niente che sia meno della bravura, perfezione, e totale capacità e bontà… per esempio si è ottimi genitori solo se si è perfetti, maturissimi, buonissimi, si è perfetti amici, persone, si è ottimi partner , si è ottimi figli, si è ottime persone e si è utili solo se si ha sviluppato già tutto ciò che serve, solo se si hanno capacità e volontà ottime… certo, non dico assolutamente che chi fa del male in quel momento fa anche del bene, no, il male rimane male, e fa male, e bisogna correggere, impedire il male, e far capire all’altro che sta facendo del male e che non deve, ma tutti, anche chi sbaglia spesso (e chi è che non sbaglia spesso in qualcosa durante la giornata?)  ci troviamo  nella umanissima condizione di…vulnerabilità, e tutti vorremmo che anche quando sbagliamo tanto, vorremmo che gli altri continuassero a credere in noi, nella nostra possibilità di speranza, di bontà, di saper amare.

Per amare, per poter produrre frutti buoni per sé e per gli altri, per donare amore, comprensione, per aiutare gli altri, ed essere dono per gli altri, dono prezioso, non c’è bisogno di aspettare di essere sani, perfetti, senza dolori problemi, fatiche, limiti, sbagli, non c’è bisogno di essere forti in tutto e bravi in tutto o quasi… perché l’amore non dipende dalle nostre bravure e meriti, non dipende dal fatto se siamo perfetti e impegnati sempre o no… noi abbiamo un Dio, nostro Padre, che ci ha testimoniato che anche nella condizione di vulnerabilità, quando ha accettato di essere anche umano, bisognoso di bere, mangiare, riposare, quando ha accettato anche di far vedere che soffriva, quando ha accettato di non essere capito e amato da tutti, quando ha è stato umiliato, criticato, condannato, giudicato, escluso, quando è caduto sotto il peso del dolore, anche in tutte queste condizioni, ciò che ha fatto la differenza nel suo poter e voler amare non è stato l’essere sempre sereno, bravo, capito da tutti, non è stato non avere dolori e fatiche che camminavano con Lui, non è stato non avere mai paura o fare solo alcune cose, ma è stata la Sua scelta di usare la forza dell’amare, e di mettere la forza dell’amare anche nella sua vulnerabilità. E se lo ha fatto Lui, possiamo farlo anche noi, con il Suo aiuto e la Sua Forza.

Facciamo pace con la nostra vulnerabilità, riprendiamoci la gioia e la pace interiore che possiamo vivere, anche attraverso l’accettare la vera forza. Siamo stupendi cosi come siamo, siamo amatissimi così come siamo, e possiamo rendere “feritoie” anche ciò che è debolezza, fatica, difficoltà, possiamo non per le nostre forze o capacità, ma possiamo perché Lui, Dio, può, lo può realmente.  Confidiamo in Lui.«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (2 Corinzi 12, v 9), e che, come dice san Paolo “quando sono debole, è allora che sono forte.”(2 Corinzi, 12, 10)

 

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