Mettersi  accanto

 

Mettersi accanto all’altro…

anche quando soffre… ma che vuol dire?

È un aiuto o è troppo poco?

Non è semplice a volte, anche quando c’è affetto.

Spesso ci convinciamo che l’unico efficace aiuto da dare a qualcuno è poter risolvere subito un problema, togliergli dolore e fatica, dargli consigli o dire all’altro cosa deve fare. E quando l’altro non accetta il nostro aiuto, non si smuove, non fa ciò che gli diciamo che potrebbe fargli bene, come reagiamo? Cosa pensiamo? Che facciamo a quel punto?

Forse a volte siamo tentati di arrabbiarci con l’altro, perché sembra solo voler soffrire, e forse lo rimproveriamo, convinti che così lo smuoveremo: ma in questo nostro atteggiamento a volte c’è anche una parte birichina in noi, (mista al bene che vorremmo fare e all’affetto che abbiamo per l’altro), che si arrabbia perché sente il dolore dell’impotenza, sente il dolore di non essere considerati come persone utili, preziose, che possono “salvare” l’altro, le situazioni.

E a quel punto spesso siamo tentati tutti di scegliere o di “fuggire”, cioè rifugiarci in distrazioni, e lasciare sola la persona che non vuole ascoltarci, o di sostituirci  all’altro, convinti che l’altro non ha risorse in sé per poter fare un passo per rialzarsi, per scegliere in un modo diverso e mettere in circolo costruttività.

In più, siccome siamo tutti sensibili, facciamo a volte anche fatica a non poter aiutare nei modi che riteniamo efficaci e che sono concreti, e ci sembra di non poter fare niente, di essere inutili, di non essere voluti dall’altro, e quindi facilmente perdiamo la pazienza o a quel punto diamo la colpa all’altro che non reagisce o a noi stessi che non siamo bravi ad aiutarlo.

Altre volte, quella sofferenza e fatica che sente l’altro e che vediamo intensamente, ci fa talmente male, si aggancia così tanto a nostri “nodi” interiori  non risolti, a nostre lacrime che non abbiamo pianto in altre situazioni, alla nostra paura di sentire troppa sofferenza, che decidiamo che dobbiamo iniziare a ignorare, e ci chiudiamo scoraggiandoci, per non sentire quel dolore e non vederlo più.

E succede anche, a volte, che quando ci accorgiamo che l’altro ha sì bisogno di noi, ma ha anche attorno altre persone che vogliono aiutarlo, e che sono più brave, e più volute  da lui di noi, ecco che preferiamo rinunciare a esserci anche noi, a fare la nostra parte, perché la giudichiamo troppo piccola, imperfetta, inutile rispetto all’aiuto che potrebbero dare meglio gli altri…

ma cosi di fondo non stiamo davvero bene, e perdiamo preziose occasioni per dare il nostro piccolo contributo di aiuto e  vicinanza all’altro, e in più senza accorgercene ci attacchiamo a una forma di superbia, che a noi sembra umiltà, in cui ci convinciamo che o possiamo fare tutto noi per l’altro, o l’altro accetta il nostro aiuto come glielo proponiamo, oppure non vale la pena sforzarci, impegnarci, usare il nostro tempo per dare attenzione e fare qualcosa anche noi. E così ci diventa anche difficile intuire davvero, e non secondo le nostre paturnie, come l’altro vorrebbe essere aiutato.

 

Eppure…

eppure c’è un modo di aiutare che sembra meno concreto, sembra meno efficace e lento, ed è il… mettersi accanto.

Mettersi accanto all’altro, cosi come siamo, attenti a lui (e non a noi e a se siamo bravi o no ad aiutarlo) e vicini, accoglienti. Il mettersi accanto può essere un mettesi vicini anche quando siamo in posti o città diverse, anche quando non possiamo in quel momento vederci, ma possiamo comunque accogliere nel nostro cuore l’altro e ciò che sta vivendo e sta soffrendo.

 

Forse non siamo abituati a questo tipo di aiuto e vicinanza, forse ci può sembrare una perdita di tempo, o qualcosa che l’altro non percepirà abbastanza fortemente e chiaramente al posto di un aiuto solo concreto, eppure la nostra attenzione, il nostro stare in silenzio se è un silenzio attivo, che non riempiamo di nostri pensieri e rimuginamenti, è un silenzio di accoglienza, di vera vicinanza.

 

A volte l’altro quando soffre ha bisogno prima di tutto o solo di essere visto, accolto, ascoltato, considerato, rispettato, ha bisogno di sentire che può parlarci di come sta, di come si sente, ha bisogno di intuire che non lo giudicheremo strano, cattivo, irrecuperabile, solo perché si permette di avere emozioni di rabbia, idee diverse, forte dolore, poca serenità.

Mettersi accanto è spesso un allenamento, perché per poter metterci accanto all’altro, dobbiamo imparare a… metterci accanto a noi stessi.

Che vuol dire metterci accanto a noi stessi? Pensare solo a noi? No.

Metterci accanto a noi stessi vuol dire secondo me ritrovare la nostra preziosità e unicità, ritrovare e donare il nostro amare,

e questo non possiamo farlo solo con ragionamenti, sforzi, e solo con le nostre forze, anche perché siamo sempre tentati dentro di noi di credere che ascoltare l’altro, mettere da parte i nostri pensieri, giudizi, pregiudizi, le nostre preoccupazioni e problemi, sia un “perdere”, perdere noi stessi, annullarci, peggiorare i problemi a cui non continuiamo a pensare.

In realtà è il contrario: più ci decentriamo, più decidiamo con un pizzico di fiducia e fede di metterci accanto all’altro, più ritroviamo anche noi stessi, e indirettamente portiamo un po’ di bene anche a ciò che dovremo fare dopo, anche a noi stessi e alla nostra vita.

Da soli, solo con le nostre forze, non ce la facciamo.

Dobbiamo rimettere in moto il nostro amare. Come? Attingendo alla Fonte dell’Amore, dell’Empatia, del mettersi accanto: Dio. Dio si mette sempre accanto a noi, e sta con noi anche quando non ce ne accorgiamo, anche quando non Lo vogliamo e lo rifiutiamo, anche quando pensiamo che Dio sia cattivo o indifferente.

 

 

 

Mettiamoci accanto.

 

 

Proviamo a donare all’altro la nostra presenza: non solo la presenza fisica di essere o abitare nello stesso luogo o fare cose insieme, non la presenza del pensare ad altro pur essendoci, non la presenza che si impone e vuole che  l’altro non abbia i suoi tempi, molto spesso graduali e non velocissimi,  anche per riprendersi, ma la presenza d’amore, una presenza “piena”, che ama, che accetta l’altro così come è, così come si sente, e che crede sempre che l’altro ce la può fare e ha immense risorse in sé… proprio come fa Dio con noi!

 

 

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