Quando l’altro è un “muro”

 

 

A volte, l’altro, quella persona, si comporta nei nostri confronti come se fosse un “muro” durissimo, invalicabile, un muro talmente muro che ci sentiamo tanto impotenti, arrabbiati, addolorati, rifiutati come persone e come nostre idee e desideri.  Quante volte forse la nostra reazione (in realtà la nostra scelta, perché scegliamo noi come reagire anche se a volte non ci sembra) è di due tipi: o ci intestardiamo a cercare di convincere l’altro che ciò che gli diciamo e che vogliamo è giusto e sacrosanto, e cerchiamo di farglielo capire aumentando la nostra rabbia, i nostri rimproveri, il nostro dolore, il nostro muso, e ingaggiando una lotta sempre più forte con l’altro, quasi come se l’unica soluzione “giusta” che vediamo sia prendere a “cannonate” quel muro e abbatterlo e far “ragionare” la persona, oppure ci chiudiamo, ci vendichiamo, sperando di attirare di più l’attenzione dell’altro ( e farlo sentire in colpa), e iniziamo a ignorarlo, a fargli pesare con silenzi, musi, indifferenza, quanto soffriamo, quanto sbaglia, quanto non ci vuole bene, e iniziando a togliere la nostra amorevolezza verso lui/lei, smettendo di fare cose buone anche concrete per lui/lei, escludiamo e ci convinciamo che l’altro, quando vedrà o intuirà il nostro dolore, finalmente si sentirà obbligato ad accontentarci, e soprattutto vorrà  capire finalmente quanto sbaglia e quanto abbiamo ragione solo noi.

 Ma i muri sono muri,   e ognuna di queste nostre  due scelte/reazioni in realtà non solo non portano al risultato che tanto vorremmo, ma come un boomerang tornano indietro amareggiando ancora di più la nostra vita, il nostro cuore, perché se reagiamo volendo ferire per far capire e convincere, inevitabilmente feriamo, senza a volte accorgerci, anche noi stessi: se diamo cose cattive agli altri, contemporaneamente diamo cose cattive a noi stessi, anche se non sempre ce ne accorgiamo, illudendoci che quella finta falsa forza e soddisfazione che sentiamo quando “abbattiamo” il muro dell’altro, sia segno di quanto abbiamo ragione e di quanto è giusto prendere a cannonate l’altro per tirarlo dalla nostra parte.

Cosa potremmo fare invece di prendere a “cannonate” emotive l’altro o a “cannonate” di indifferenza e chiusura?

Che obiettivo potremmo avere al posto dell’obiettivo di stare solo a convincere, ottenere, far capire che solo noi siamo dalla parte del sacrosanto giusto?

Ognuno riflettendoci e meditando può trovare secondo me sane piccole grandi strade e scelte per interagire con chi fa il “muro” in un modo che costruisca invece di distruggere.

Qualche spunto potrebbe essere: rinunciare alla finta forza del nostro orgoglio, che vorrebbe farci credere che solo abbattendo, convincendo, distruggendo otterremo ciò che desideriamo, e che vorrebbe farci credere che noi siamo solo dalla parte del giusto, mentre l’altro sta solo dalla parte dello sbagliato. Rinunciare al nostro orgoglio e sostituirlo con la scelta di provare a guardare empaticamente non solo il nostro dolore, rabbia e impotenza, ma anche…l’altro.

Anche colui/colei che sembra voler solo farci male e rifiutarci. Spesso guardiamo gli altri come nemici da cui difenderci al primo sgarbo, dispetto, chiusura o rifiuto che manifestano nei nostri confronti. Abbiamo paura. Paura anche che sia troppo bello e troppo faticoso scegliere invece la pazienza attiva dell’empatia, del cercare di capire chi è veramente l’altro, del cercare di accettare che l’altro se è diverso, anche come sensibilità, gusti, progetti, desideri, non lo fa per farci una cattiveria o dispetto,

ma semplicemente è diverso da noi, e diverso non vuol dire lontano, e non vuol dire neanche che siccome è diverso da noi non potremo costruire affetto, amicizia, dialogo, comprensione, alleanza. Contemporaneamente al decidere una strada diversa, e cioè guardare davvero l’altro, e cercare davvero di capire chi è (anche se lo conosciamo da anni, e anche quando siamo convinti che siccome è un nostro parente, o un nostro amico, o lo conosciamo da tempo, allora sappiamo già tutto di lui/lei e di cosa vuole ed è davvero), possiamo permetterci la scelta e libertà interiore di provare a chiederci di che “materiale” sono fatti quei tanti “mattoni” che l’altro ha costruito e fatto diventare muro cosi alto e respingente.

Ci viene mai il sospetto che quando qualcuno mette un muro molto alto e grande forse usa semplicemente i “mattoni” di sue ferite antiche o attuali, di sue paure e insicurezze, i mattoni di come sta interpretando la realtà, ciò che noi siamo, diciamo, facciamo, vogliamo,  e il nostro atteggiamento? Si mette un muro, che sembra tanto forte, quando in fondo in fondo si ha paura di qualcosa.

Con mettere un muro, non intendo mettere  sani confini, che fanno bene e che tutti dobbiamo mettere, per amare davvero senza  invadere  e senza essere invasi, ma parlo di quei muri che in realtà fanno solo male a chi li erige e a chi li vede e cerca solo di abbatterli senza voler comprendere o intuire altro di quel muro e di chi ci sta davvero dietro quel muro.

Quando e quante volte abbiamo provato a interessarci davvero all’altro, e a interessarci del perché lui/lei  ha messo o mette quel muro anche verso di noi? quante volte abbiamo provato a rinunciare al giudizio silenzioso in noi che pronunciamo sull’altro, e cioè che lui/lei fa così perché è un mostro di egoismo, non ci vuole bene, non ci viene mai incontro, vuole solo rovinare il nostro progetto o desiderio, ecc. ecc.? E quando ci chiediamo queste cose, ci diamo noi  da soli risposte contando solo su nostre impressioni, o cerchiamo di capire insieme all’altro, costruendo un vero dialogo empatico e rispettoso, chi è davvero, cosa sta vivendo, cosa gli dispiace anche di ciò che facciamo o non facciamo noi, cosa teme, e cosa desidera?

Forse a volte siamo tentati di credere che se ci interessiamo all’altro e alle sue paure, non saremo visti capiti e aiutati noi, ma che saremo annullati.  O che la soluzione sia che vinciamo noi con nostro desiderio e opinione, o vince l’altro e rinunciamo a tutto noi. Ma non è così.

Amare non annulla, ma crea, costruisce, e sa comunicare  i propri bisogni, desideri, opinioni senza aggressività o sarcasmo, ma con assertivo amore,  e costruisce come un boomerang positivo anche noi e in noi. Se il nostro scopo cambia, e non diventa più come scopo principale convincere l’altro che abbiamo ragione solo noi, o abbattere in qualsiasi modo quel fastidioso muro, o vendicarci se l’altro non ci ascolta, non ci accontenta o ci ferisce e ci esclude, ma diventa amare, capire davvero, costruire un ponte con l’altro,

allora sarà anche più facile poter donare all’altro anche ciò che sentiamo, pensiamo e desideriamo noi, perché avremo l’umiltà di non sentirci superiori, o di ritenere le nostre esigenze e desideri gli unici e più importanti, ma avremo voglia di comprendere anche le esigenze, paure, desideri dell’altro. E di trovare una strada, una terza via, una  alleanza che faccia bene a entrambi.  Solo amare davvero aiuta l’altro a scocciarsi del muro che ha costruito, e ad avere voglia di togliere qualche mattone e ascoltarci anche lui/lei. Se l’altro viene riconosciuto davvero da noi, sarà anche più disponibile a tener conto anche di noi e a riconoscerci davvero.

Se scegliamo di amare l’altro, e di comprendere il suo muro, e di ascoltare anche i suoi bisogni, desideri, paure, allora possiamo anche scoprire che…..anche noi, a volte senza rendercene conto, mettiamo dei piccoli o grandi muri verso l’altro, anche se a noi sembra di non metterli o non averli messi mai. Perché anche noi siamo creature limitate, a volte insicure, impaurite.

Come vorremmo che l’altro e gli altri ci trattassero quando mettiamo dei muri, secondo noi muri sacrosanti per difenderci e non farci vedere “deboli”? vorremmo che gli altri abbattessero il nostro muro o che ci aiutassero, interessandosi a noi davvero? Usiamo i “mattoni” per costruire, non per distruggere.

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