Che ne fai del tuo dolore?

 

Che ne fai del tuo dolore?

“Ma cosa si può fare del proprio dolore? Fa solo soffrire!” potrebbe forse essere la tua prima reazione, caro lettore. I tipi di dolore che viviamo durante la nostra vita, la nostra giornata, sono molti più di quelli che pensiamo: non parlo solo del dolore di grandi prove, problemi, difficoltà, ma parlo anche di quel “sottile” e a volte poco chiaro dolore che tutti ci “attraversa” a volte nel cuore come un leitmotiv a cui spesso ci abituiamo:

come ci abituiamo?

Ci abituiamo a quel sottile ma logorante dolore quando per esempio diamo per scontato che dobbiamo fare molti sforzi, dobbiamo essere perfetti e ben visibili per poter essere amati dagli altri, e per essere amati a volte  crediamo che per raggiungere questo scopo dobbiamo “primeggiare”, dobbiamo  attirare l’attenzione come obiettivo della giornata, oppure dobbiamo cercare di non valorizzare gli altri per timore che gli altri siano amati visti e apprezzati più di noi. Quando reagiamo all’atteggiamento di una persona che non ci valorizza, ci ignora, non ci considera, e reagiamo  chiudendoci e iniziando a trattarla nello stesso modo in cui ci ha trattato, quando rendiamo la nostra paura di non essere davvero amati un dolore da evitare, e da maltrattare e cacciare via senza rielaborarlo, non siamo disposti ad ascoltare troppo gli altri e cosa vivono, perché troppo preoccupati di farci ascoltare noi, convinti che ciò che viviamo noi sia più importante di ciò che vivono gli altri, e ci concentriamo, per il dolore e la  paura di non valere abbastanza per gli altri,  di far vedere che possiamo essere simpatici noi, amati noi, cercati noi. Il bisogno di essere visti, amati, è un bisogno che abbiamo tutti, sempre, ma a volte ciò che fa la differenza è rendere questo nostro bisogno un dolore da cui fuggire cercando di usarlo per sottovalutare gli altri e ciò che sono e vivono.

È umano e comprensibile, succede a volte a tutti, anche a chi è convinto di essere solo molto o “troppo” buono, altruista, perché siamo creature, bellissime e imperfette, e abbiamo sempre nel cuore anche un misto di bene e male, altruismo ed egocentrismo.

C’è una “logica” della vita, che a volte può sembrare paradossale: più cerchiamo di non sentire mai frustrazione, tristezza, dispiacere, paura, e tutte quelle emozioni che secondo noi sono solo brutte, tipo invidia, rabbia, desiderio di competere, ecc. e più cerchiamo di cacciare via da noi  l’idea che anche noi possiamo avere in noi quei difetti e atteggiamenti che tanto giudichiamo e disprezziamo negli altri, quando li notiamo in un’altra persona, e più il nostro sottile dolore (un dolore che nasce anche dall’esigenza di far pace con il nostro non essere perfetti, con la nostra umanità) diventa un peso, una occasione per scoraggiarci, arrabbiarci, preoccuparci, e per rimuginare e ripiegarci su noi stessi, invece che occasione per liberare talenti che abbiamo e non vediamo, invece che occasione per amare e far pace con noi stessi e la nostra umanità e vulnerabilità.

Che ne fai del tuo dolore, caro lettore, quando, per aiutare, ascoltare davvero, perdonare, vedi che devi fare un “passo” di amore che non vorresti fare, preso dal tuo orgoglio, dalla paura di diventare “debole”, e che è necessario “perdere” qualcosa da parte tua (perdere il tuo atteggiamento difesa tipo “Non tocca a me, non devo io per primo andare verso l’altro, altrimenti non capisce, non devo apprezzarlo, deve  prima capire e vedere quanto soffro e sono arrabbiato”, perdere  una parte del tuo tempo per aiutare l’altro, ecc.) preferisci chiuderti sul tuo piedistallo di paure e giudizi sull’altro, preferisci non   accettare di “sentire” un po’ di fatica, dispiacere sotto la cenere della tua rabbia  e orgoglio,  preferisci non accettare di rischiare di sembrare debole, ingenuo, perdente?

E che ne fai del tuo dolore, anche di quello che è enorme, tantissimo, un dolore che sembra insopportabile, anche nel tuo cuore, un dolore che sembra solo schiacciarti, un dolore che sembra farti credere che esiste solo lui, e che sembra convincerti che tu non puoi più fare niente a parte arrabbiarti e scoraggiarti?

Che ne fai?

Ci sono momenti, periodi, giornate in cui ti sembra, e in cui sembra a ognuno di noi, che davvero esista solo il dolore, il buio, la pesantezza del dolore e niente altro, e sembra quasi che la vita ti chieda solo di scoraggiarti e non credere più alla possibilità di amare, di fare qualcosa di bello e buono per te stesso e per qualcuno.

C’è Qualcuno che conosce bene, benissimo il dolore, e non solo il dolore fisico, ma il dolore anche della paura, dell’angoscia, il dolore interiore e il dolore di essere maltrattato, giudicato, disprezzato, non creduto, sminuito e non amato: Gesù.

In ogni tuo dolore, in qualunque tuo dolore, paura, dispiacere, tu non sei solo.

Anche quando ti sembra di essere solo, proprio  di fondo. Gesù è entrato in ogni tuo dolore, in ogni tua lacrima, in ogni tua paura, Egli tiene tra le Sue Braccia e nel Suo Cuore tutto ciò che sei, tutto ciò che vivi, tutto ciò che soffri e tutto ciò per cui sei contento.

Spesso questa realtà della Sua Vicinanza può sembrare apparentemente qualcosa di poco concreto, di poco utile, può sembrare una favoletta per addolcire e fuggire dalla realtà, (ognuno di noi a volte nel mezzo del dolore si è fatto o si fa la domanda, in modi diversi “Se Dio esiste, perché non mi evita e non mi toglie subito questa sofferenza e prova faticosa? Se Dio esiste dove sta il Suo aiuto?”). E spesso il “perché” il dolore è e rimane un mistero che per ora, su questa  Terra, non ha risposta.

E allora? Cosa possiamo fare?

Possiamo provare per esempio a decidere, ogni volta che soffriamo per qualche motivo, di ricordare che abbiamo sempre due possibilità: o soffrire ripiegandoci su noi stessi e scoraggiarci, e odiare tutto e tutti, o….possiamo, nel nostro cuore, darlo a Gesù. “Che senso ha darlo a Gesù? Tanto non me lo toglie quel dolore, quel dispiacere”, potresti a volte chiederti, caro lettore. Spesso una sofferenza non ci è tolta subito o sicuramente, e sul perché rimane il mistero, ma ci viene donata sempre la possibilità di vivere la nostra sofferenza in un modo diverso: per costruire, e non per distruggere.

In che senso costruire? costruire cosa? a volte non possiamo costruire concretamente, non possiamo più fare le cose che potevamo fare prima, o non possiamo fare subito ciò che desideriamo, ma possiamo per esempio dare a Gesù la nostra sofferenza, sia per lasciarci aiutare da Lui a viverla con un po’ di pace nel cuore, sia per renderla “occasione” per lasciarci “trasformare” il cuore e l’anima da come la viviamo, dall’amore che attiviamo anche mentre soffriamo, per esempio per allenarci ad amare noi stessi e gli altri, per comprenderli meglio, e Dio, anche solo in un modo diverso e più vero, sia per…aiutare gli altri, con questa forma di preghiera che sembra poco concreta ed efficace, ma che in realtà, nella realtà della Comunione dei Santi, arriva.

Arriva davvero, in strade e modi misteriosi ma reali, agli altri, anche a coloro che non conosciamo.

Io ho potuto sperimentarlo tantissime volte nella mia vita, sia nelle preghiere arrivate per me, a me e ai miei cari, sia nelle preghiere anche in questa forma arrivate ad altre persone, a volte con coincidenze, riscontri  e precisione incredibili.

Caro lettore, non sprecare la tua sofferenza, la tua fatica, ciò che vivi con tristezza e paura nel tuo cuore, ma chiedi a Dio di renderla luogo, occasione, trampolino misterioso ma reale per vivere più pace interiore, più amore, più verità.

Che ne fai del tuo dolore? Che ne facciamo del nostro dolore? Sarebbe bello se tu, se ognuno di noi, ripensasse a quanti modi e quante volte hai e abbiamo attivato la nostra fede, la nostra voglia di vivere un dispiacere, un dolore, non per distruggere e chiuderci, ma per amare, per scoprire che siamo davvero amati da Qualcuno.

Rendi il tuo dolore un canale per amare, non renderlo motivo per odiare, chiuderti, scoraggiarti, fuggire, ma dallo a Lui, e chiediGli di usarlo per vivere più amore e costruire qualcosa di bello in te e con gli altri.

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