Se io non chiamo e non interagisco

Se io non mi faccio sentire e non chiamo più  spesso una persona è perché ho poco tempo, sono stanca, oppure preferisco aspettare e rimandare a quando ho un po’ più di tempo cosi parliamo con più calma, anche se poi la cosa mi sfugge di mano e dalla mente e non mi accorgo che trascorre molto più tempo di quello che avrei voluto far passare, e poi chiamo la persona. Oppure ho comunque motivazioni buone: paturnia sul dare fastidio al malcapitato perché so che ha molto da fare e poco tempo, timidezza e paturnia che alla persona non faccia davvero piacere, paturnia di non saper cosa dire e sul come dire e  giustificarmi sul perché è passato molto tempo dall’ultima volta che ci siamo sentiti, e addirittura mi convinco che quello non sarebbe il momento giusto per la persona. Senza verificare e chiederle se è così o no.

Oppure succede anche che, se  io ho una incomprensione non risolta con una persona, un dolore che mi ha procurato o che le ho procurato, un rancore non risolto e non chiarito, un fraintendimento, mi faccio prendere dalla paturnia che se la chiamo mi tratterebbe male, non vorrebbe starmi ad ascoltare, non capirebbe. Potrei a volte anche convincermi che tocca all’altro chiamarmi, perché io non ho fatto niente di male, perché ha interpretato male, ecc. ecc.

 

Se invece è l’altro

che non si fa sentire e non  mi chiama, o non mi chiama spesso, ecco che partono le paturnie giudicanti (che poi possono diventare convinzioni e quindi muri), nelle quali ci si dice che l’altro non si fa sentire perché non ci tiene davvero a me, non gli interessa sentirmi, o forse è arrabbiato con me per qualcosa, e si arriva anche a convincerci che l’altro “sicuramente” non vuole, altrimenti avrebbe già chiamato, e ci si basa a volte sul proprio tempo libero arrivando anche a immaginare che se si ha tempo libero quel giorno in fondo anche l’altro lo ha, quasi per timore di accettare la diversità di tempi, ritmi quotidiani e modalità di tempi liberi dell’altro. Come se l’altro non avesse veramente diritto ad avere anche sui tempi liberi dove potrebbe chiamare, ma che forse per sua stanchezza e preoccupazioni o altri desideri rispetto ai miei vuole prima usare quel tempo per altro: per riposare in silenzio, per leggere, per parlare con un’altra persona invece che con me, ecc.

 

Se io non parlo per prima, non saluto per prima, non vado incontro all’altro per prima, se quando vedo un gruppetto mi tengo a distanza e non provo a entrare nel gruppo, in fondo so perché; spesso perché temo un piccolo rifiuto, temo di invadere, temo che non saprei che dire, vedo che parlano tra loro e non voglio essere indiscreta, e comunque c’è una parte di me che in fondo in fondo pensa che gli altri, quelle persone lì davanti a me o poco più in là, o sedute vicino a me, “sicuramente” sono intente a intuire che in fondo non interagisco per prima perché sono timida, in fondo lo possono leggere sul mio viso, e quindi avranno compassione o la gentilezza di includermi. Mica possono perdersi una persona come me, la mia opinione? Rischio di pensare in un momento di orgoglio, quando per sentirmi all’altezza tendo a credermi leggermente superiore e fondamentale e genio incompreso perché mi accorgo che in realtà…non si avvicinano subito a me, e riescono pure a continuare a parlare tra loro e interagire tra loro senza sentire la mia mancanza o la educazione attenzione di coinvolgermi nei loro discorsi.

Ohibò, penso a volte, ci dev’essere qualcosa o qualcosina che non funziona. Eppure i miei messaggi non verbali sono “chiari”, arrivo a pensare a volte tra me e me mentre una leggera espressione corrugata  tesa inizia a farsi strada sul mio volto senza che io me ne accorga chiaramente, e che certo non facilita purtroppo il tipo di segnale che sto contemporaneamente inviando alle persone di fronte o accanto a me. Ma…

Se  invece è l’altro

o se sono gli altri a non avvicinarsi a me per primi,

se è l’altro che si tiene apparentemente a distanza magari in un angolo, se vedo l’altro o gli altri assumere una espressione corrugata, tesa e fortemente silenziosa e cupa, chissà perché desidero convincermi che “sicuramente” quella persona o quelle persone non vogliono interagire, sono asociali, o addirittura strane. Mi convinco facilmente che sono persone o è una persona respingente, o arrivo anche a giudicarla con la famosa puzza sotto il naso, come se volesse solo rifiutarmi e rifiutare il gruppo in cui sto interagendo. E inizio pure a pensare a volte che quella persona che si tiene distante e per conto suo non ha nessun interesse a conoscermi e conoscerci, quindi inutile avvicinarmi a mia volta, meglio lasciarla stare per conto suo perché è “evidente” il suo atteggiamento chiuso..

Ma cosi quante occasioni belle perdo per conoscere davvero le persone, e quindi anche una parte di me, che interagendo emerge, chiudendomi si chiude e non la vedo più neanche io.

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