Entrambi

 

Tutti in fondo in fondo desideriamo ardentemente, tra la possibilità di lotte di potere e la collaborazione, la collaborazione. Capiamo benissimo che è molto più bello ed efficace poter collaborare con gli altri, aiutarsi reciprocamente, con empatia, invece di vedersi reciprocamente come “nemici” o “ostacoli” a ciò che si desidera. A volte però succede, e capita a tutti, nessuno escluso, che vorremmo tanto, tutto questo, in teoria. Come desiderio. Come principio. Come valore che abbiamo e consideriamo importante di fondo: ma quando ci sentiamo “toccati sul vivo”, quando l’altro dice, sceglie o fa qualcosa che è molto diverso da ciò che pensiamo, facciamo e  sceglieremmo noi, spesso copriamo il nostro dispiacere e delusione con tanta rabbia, e ci incastriamo nel meccanismo “o  o”: e cioè: “O ho ragione io, o ha ragione l’altro. O sono nel giusto io, o è nel giusto l’altro. O sbaglio io, o sbaglia l’altro. O sono una brava e buona persona io, altruista, o lo è l’altro. O la mia idea è importante e bisogna fare come dico io, perché l’idea dell’altro è solo inutile e sbagliata, oppure l’dea dell’altro è valida e la mia idea non serve e non è utile” e via dicendo.

In pratica, spesso rifiutiamo di cercare e offrire collaborazione quando sentiamo dolore, e quando l’altro dal nostro punto di vista ci delude: ci sembra più “normale” e “giusto” ragionare in termini di: “Collaborerò con lui/lei quando  non sentirò più dispiacere e  rabbia e sarò serenissimo. Perché credo di avere,  come  due uniche  possibilità, se ho dispiacere  e rabbia, la scelta di  trattare male l’altro. O di fingere che vada tutto bene e fingere gentilezza.  Collaborerò con lui/lei  quando l’altro lo meriterà cambiando atteggiamento e idee. Fino a quel momento, per me l’altro è solo un egoista cattivone e lo fa apposta, e non merita la mia attenzione, il mio affetto e la mia collaborazione. Mi desse prima le prove che capisce che sbaglia e che non deve pensare, scegliere e agire in modo “strano”, cioè diverso dal mio”.

Eppure, possiamo sempre fare qualcosa di diverso che possiamo mettere in pratica e che invece di distruggere e creare incomprensioni e muri, crea empatia e collaborazione:

per esempio, possiamo accettare di sentirci dispiaciuti per qualcosa e togliere il coperchio della rabbia e delle ripicche (da noi considerate a volte  “sacrosanti” modi per far capire all’altro che sbaglia) e accettare che possiamo amare e costruire collaborazione anche “mentre” sentiamo dolore e la tentazione di chiuderci e ferire a nostra volta.

Quando viviamo una incomprensione, un problema, un dispiacere con qualcuno, possiamo rinunciare alla scelta di pensare e vedere subito l’altro come un “nemico” che ci impedisce qualcosa;  un nemico  da convincere, combattere, rimproverare, “piegare”, e su cui vincere;  e possiamo sostituire tutto questo con….la scelta di allearci con l’altro “contro” il problema, l’incomprensione, cercando insieme strade e  soluzioni anche diverse da ciò che faremmo noi da soli senza il contributo e l’aiuto dell’altro, e aprendoci a vedere sempre un pezzetto di bene anche in ciò che pensa, dice, sceglie e desidera lui/lei: si tratta in fondo di cambiare modo di pensare e tipo di scelta, e di scegliere di ragionare in termini di “”e” “e”,” e non più in termini di “o” “o””.

L’altro, anche quando non lo capiamo, anche quando ci sembra solo troppo diverso da noi, o incapace o inferiore,  non è “sbagliato”; e, come noi, ha in sé sempre  contemporaneamente bene e male, paure e coraggio, gioia e dolore, egoismo e amore.

E, sempre, l’altro ha qualcosa di nuovo, originale, importante, utile, da donarci, e che può contribuire a realizzare un rapporto più bello con noi, e un progetto migliore insieme, anche  per affrontare, risolvere o cambiare qualcosa; aiutandoci reciprocamente. Ognuno con la sua unicità diversa preziosa.

Liberiamo la nostra bella capacità di empatia e di collaborazione: smettiamo di aspettare che sia l’altro a venirci incontro, a capirci, a riconoscere il nostro valore e le nostre idee: concediamoci la libertà e la bellezza di guardare l’altro in un modo diverso, e cerchiamo punti di incontro e strade nuove, collaboriamo. Uno degli effetti positivi di questo cambio di pensiero, sguardo e atteggiamento, è che l’altro, inizierà a sentirsi visto, apprezzato  e amato per come è, unico e diverso; e in fondo, se ci pensiamo, anche noi vogliamo sempre essere visti, amati, riconosciuti per come siamo davvero, unici e diversi da tutti gli altri.

La prossima volta che penseremo in termini di “O io o l’altro, o vado bene io o va bene l’altro”, fermiamoci, sorridiamo a noi stessi con tenerezza, e ricominciamo, sostituendo “”o” “o” “ con “”e”  “e””, “Vado bene io e va bene l’altro. Ho qualcosa di importante io  da poter sempre donare, e ha qualcosa di importante l’altro da poter sempre donare”.

E ricominciamo ogni nostro qui e ora, con l’altro,  con la bellissima parola che è “entrambi”. Entrambi, sempre, abbiamo qualcosa di buono da dire e da donare, entrambi siamo fatti bene così come siamo, entrambi abbiamo risorse e capacità per costruire collaborazione, e per affrontare insieme, con empatia qualcosa. Entrambi.

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